La vicinanza della Valgerola ai monumenti alpinistici del Masino, visibili al di là del solco della Valtellina, fa sì che passino in secondo piano le potenzialità dei monti del Bitto. Ingiustamente, però, perché tutto il crinale orobico ed alcuni suoi contrafforti che si protendono verso Nord possono diventare teatro di ascensioni interessanti, alla luce anche delle recenti tendenze dell’arrampicata sportiva. Dal punto di vista alpinistico la Valgerola è tutt’altro che una “cenerentola”, come del resto documentano la guida “Alpi Orobie”, edita dal Cai/Touring nel 1957, ed altre monografie successive.
Andando a consultare un buon manuale di geologia cerchiamo prima di tutto di capire su quali rocce si pratica l’attività alpinistica. Le formazioni dell’alta Valgerola derivano dai depositi sedimentari del permiano; per intenderci risalgono a 250 milioni di anni fa. Prima della grande glaciazione del quaternario tutta l’area era occupata da laghi, paludi e fiumi i cui fondali solidificarono in una massa compatta e dura che venne spinta verso l’alto durante i sommovimenti orogenetici delle Alpi ed in seguito modellata dagli agenti atmosferici. Il risultato fu l’architettura, dalle forme a volte bizzarre come il torrione di Mezzaluna, che vediamo oggi. In sostanza, quindi, le rocce dello spartiacque della Valgerola sono un impasto molto duro costituito da una matrice di grana finissima nella quale sono inglobati ciottoli di varie dimensioni. Tre sono gli aggregati con questa origine riscontrabili in valle: il “verrucano lombardo”, più recente, di colore rossastro, con ciottoli di quarzo a granulometria variabile annegati in arenarie rosso vinate, il “conglomerato di Ponteranica”, grigio verdastro o rossastro con ciottoli vulcanici anche di grosse dimensioni alternati ad arenarie grigiastre, e le “formazioni del Collio”, costituite da arenarie e argilliti a grana finissima, di colore variabile da grigio a grigio verdastro o nerastro, ben stratificate e sfaldabile in lamine parallele. Queste ultime conservano al loro interno resti fossili vegetali e le impronte di alcuni tetrapodi. Verso Nord le masse sedimentarie sono a contatto con lo “gneiss di Morbegno”, roccia metamorfica derivante da materiale vulcanico o sedimentario sottoposto ad enormi pressioni e ad alte temperature.
Comprensibilmente non esiste una data d’inizio del fenomeno alpinistico in Valgerola. Ci pare simpatico, allora, assumere come “prima assoluta” convenzionale l’ascensione compiuta
nel 1900 da A. Rossini, G. Gugelloni, G. Buffini e M. Russello al Pizzo Trona, lungo la cresta Nord Ovest. Da quella data simbolica iniziò, quindi, l’esplorazione di questi monti per iniziativa di alcuni alpinisti di buon livello. I più assidui furono E. Fasana, G. Guenzati, L. Tagliabue, G. De Simoni, P. Faverio e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la guida lecchese Ivo Mozzanica. Il teatro delle loro salite fu costituito essenzialmente dai Denti della Vecchia e dal Torrione di Mezzaluna, sui quali identificarono e salirono vie logiche di progressione, seguendo le grandi fessurazioni ed i diedri naturali.
Fino a una ventina di anni fa, infatti, il giudizio era unanime: la difficoltà di “chiodare” questa roccia durissima, priva di micro fessure, rendeva impossibile, o quanto meno sconsigliabile, avventurarsi su pareti scarsamente proteggibili, con pendenze spesso vicine alla verticalità. Oggi, con l’avvento dell’arrampicata sportiva e con l’introduzione della chiodatura artificiale per mezzo degli “spit”, la compattezza e la rugosità del conglomerato aprono nuovi ed interessanti scenari.